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Otto metri


Otto metri

Jane uscì da casa sbattendo la porta, soffocando le urla di sua madre. 

"Sei un fallimento".

Quelle parole le rimanevano appiccicate alla mente, si facevano spazio, prepotenti, ricordandole cos'era. Le pizzicavano gli occhi per le lacrime. Si passò la manica della felpa sulle palpebre, camminando velocemente. Morse il labbro inferiore, nel tentativo di non piangere, di non urlare.

"Inadeguata. Fallita. Nullità". 

Si diresse quasi correndo fuori dall'inutile cittadina in cui viveva, che la stava risucchiando, senza lasciarle speranza. Tutto andava male.  

"Cattiva alunna. Poco atletica. Innamorata senza speranza. Senza amici."

Si bloccò di colpo quando arrivò nella piazzetta. Ciò che aveva appena spazzato via la rabbia e la tristezza aveva portato nel suo cuore qualcosa che lei avrebbe definito "angoscia". 

Al centro dello spazio aperto, c'erano Jennifer e il suo gruppo. Rimase paralizzata. 

"Fa' che non mi veda". 

Jennifer se l'era presa con lei perché si era innamorata del ragazzo che le piaceva, Thomas, e perché era una debole. Non era stato difficile isolarla, umiliarla, picchiarla e rubarle le sue cose. Jane aveva provato a raccontare ciò che succedeva a casa, ricevendo in risposta un "che esagerazione". Aveva smesso di andare a scuola. Aveva cominciato a perdere l'appetito. A volte si trovava in mano ciuffi di capelli. Di notte la mascella si contraeva e lei si svegliava con la bocca dolorosamente chiusa. 

"In questo modo non ricambierà mai il tuo amore. Sei troppo debole." 

Doveva andarsene prima che si accorgessero di lei.

Mentre sgattaiolava verso una stradina più nascosta, Jennifer si girò e la vide. Jane cominciò a correre, il cuore che implorava la fine di tutte quelle cattiverie. 

"Basta, vi prego. Basta."

Corse a perdifiato. Fuggì sentendo i passi e le risate del gruppo come se fossero attaccati al suo orecchio. 

Con disperazione, si lanciò nella campagna, incurante della milza che doleva. Corse finché le gambe le fecero male. 

Cercava di raggiungere il muro che l'aveva sempre protetta, prima colonna di una costruzione mai terminata, perché crollata durante un terremoto.

Quando arrivò al muro si arrampicò veloce da un lato, aggrappandosi a pietre sporgenti e spuntoni di metallo, camminò in equilibrio su quei trenta centimetri di spazio alti otto metri e si appollaiò in un punto che sembrava sicuro.

"Quante volte ho pensato di fare quel passo e di sentirmi volare. Libera."

Lassù, dopo la fuga, Jane tirò il fiato, si tolse il cappuccio e lasciò che i suoi occhi castani vagassero sulla Scozia. I capelli biondi, sciolti, le vorticarono intorno al viso. Le guance si rigarono di lacrime. 

"Fa tutto schifo. E io sono un fallimento."

Non le rimaneva niente. Guardò il gruppo di Jennifer che le urlava di scendere ridendo, che la incitava a buttarsi, cercando di lanciare oggetti fin là. Ma lassù non potevano arrivare. Lassù nessuno l'avrebbe raggiunta. Al minimo passo falso chiunque poteva cadere di sotto. 

"Mi rimane solo il rancore per me stessa."

Jane appoggiò la schiena al cemento, guardò il cielo e pianse silenziosamente. 

Quella notte non tornò a casa.



Ciao lettori! Questo è un breve racconto che ho scritto ormai molti anni fa, ma vorrei condividere un po' di più della mia scrittura con il mondo e vorrei cominciare a uscire dal mio guscio.


Perciò eccoci qua! Spero che ti sia piaciuto. Se hai voglia, lasciami un commento.


Ciao ~

Nymphna


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